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PERSONALIZZAZIONE E DANNO DA PERDITA DI CHANCE: IL RISCHIO DI DUPLICAZIONI


Con la sentenza in commento, la Suprema Corte, torna a ribadire alcuni principi fondamentali in tema di danno alla persona, con particolare riferimento alla necessità di evitare duplicazioni dei risarcimenti.

L’occasione le viene fornita dal ricorso per la riforma della sentenza della Corte d’Appello di Bologna presentato dal giovane (15 anni all’epoca dei fatti) rimasto gravemente ferito in esito ad un tragico incidente stradale (postumi quantificati in 90 punti di invalidità permanente).

Tra i vari motivi di doglianza della parte ricorrente, vi era la presunta violazione, da parte del giudice territoriale, delle regole generali in tema di risarcimento del danno non patrimoniale -per non avere la Corte d’Appello adeguatamente personalizzato il risarcimento accordato- nonché di quelle in tema di risarcimento del danno patrimoniale -per non avere lo stesso risarcito anche il richiesto danno da perdita di chance del successo lavorativo.

 

Entrambe i motivi di impugnazione vengono rigettati, perché infondati.

 

Quanto al primo, la Suprema Corte sottolinea come il danno alla salute, in rerum natura, non consista in una percentuale, quanto, piuttosto, nel complesso delle privazioni che la vittima dovrà subire nella vita quotidiana, lavorativa e sociale per effetto della menomazione e come, nella determinazione del numero percentuale di i.p. corrispondente a tale complesso di privazioni, i baremes medico legali tengano già conto dell’incidenza delle singole tipologie di lesioni prese in considerazione sulla vita di relazione della vittima.

Proprio in ragione di ciò, continua la Corte, occorre ricordare che non ogni lesione dell’integrità psicofisica che superi determinate soglie di gravità conduce di per sé ed automaticamente alla necessità di incrementare il risarcimento.

La personalizzazione, continua, serve non per dare conto delle conseguenze sulla vita relazionale della vittima della gravità delle lesioni dalla stessa riportate (di esse dà già conto, appunto, la percentuale di i.p. determinata dalle tabelle medico legali), quanto per risarcire in maniera adeguata coloro i quali, per effetto delle medesime lesioni riportate da altri soggetti della stessa età (a parità di lesioni), vedano compromessa la propria vita di relazione in misura maggiore rispetto a questi ultimi.

Affinché questo quid pluris venga riconosciuto, tuttavia, occorre che la parte che ne fa richiesta deduca specificamente a tale proposito e dia dimostrazione dei propri assunti, dovendosi escludere ogni automatica opera di personalizzazione in aumento che venisse giustificata solo per l’elevata percentuale di invalidità permanente riconosciuta, in quanto tale operazione si tradurrebbe in una indebita duplicazione.

Poiché è mancata la prova di tali elementi, nessuna personalizzazione ulteriore deve essere accordata nel caso di specie (ulteriore perché il risarcimento base, calcolato in applicazione delle tabelle del Tribunale di Milano, in verità, era stato già aumentato di quasi il 100% in considerazione della particolarità delle sofferenze morali subite dalla vittima del sinistro).

 

Altrettanto interessanti le determinazioni in tema di danno da perdita della capacità lavorativa specifica (riconosciuto) e di danno da perdita di chance lavorativa (negato).

Tali voci, afferma la Corte di Cassazione, sono alternative.

O la parte riesce a dimostrare il pregiudizio patrimoniale subito per effetto delle lesioni riportate (come accaduto nel caso di specie) o, provati determinati presupposti, si potrà risarcire come danno patrimoniale l’irrimediabile perdita, da parte della vittima, della possibilità di riuscire, senza le lesioni riportate, a realizzare un determinato reddito.

Nel caso di specie, data la promettente carriera da calciatore professionista del giovane rimasto ferito nell’incidente per il quale era causa, i giudici territoriali avevano ritenuto di dovergli accordare il risarcimento del danno patrimoniale conseguente all’oggettiva impossibilità di attendere, in futuro, alla medesima carriera sportiva (risarcimento quantificato in una percentuale dell’ingaggio base dei giocatori di serie A).

Allo stesso non poteva, dunque, essere accordato anche il risarcimento del danno patrimoniale da perdita di chance di diventare un calciatore, e ciò, appunto, al fine di evitare che, paradossalmente, la vittima del sinistro finisse per trovarsi in una situazione patrimoniale addirittura più favorevole di quella in cui si sarebbe trovata se fosse rimasta sana.

Allegati scaricabili

Cass. Civ., sez. III, 13.10.2016 n. 20630