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Gli oneri di comunicazione della struttura sanitaria dall'avvio delle trattative: quale interpretazione?


All'indomani dell'approvazione della legge n. 24/2017 (c.d. legge Gelli) in materia di responsabilità sanitaria, una delle problematiche che stanno emergendo riguarda gli obblighi di comunicazione previsti dall'art. 13 in capo alle strutture sanitarie o sociosanitarie nonché alle imprese di assicurazione (in caso di azione diretta nei confronti di queste ultime da parte del danneggiato) destinatarie di richieste risarcitorie da parte dei soggetti che ritengano di essere stati danneggiati.

La prima parte della norma si riferisce alle ipotesi in cui il danneggiato abbia intrapreso un'azione giudiziaria: in tal caso, il dies a quo del termine dal quale decorre l'obbligo di comunicazione è specificamente individuato dalla data in cui è avvenuta la notifica dell'atto giudiziario ed anche i soggetti ai quali rivolgere la comunicazione si presume che siano determinati, in quanto specificamente indicati nell'atto giudiziario, o comunque determinabili in base alle circostanze dedotte in causa dal danneggiato.

Non sarà verosimilmente complicato, pertanto, in questi casi, sia l'individuazione dei soggetti ritenuti responsabili dell'evento avverso, sia il rispetto del termine dei dieci giorni dalla data di notifica dell'atto giudiziario, anche perché normalmente preceduto da richieste stragiudiziali.

Assai più problematico è invece l'obbligo imposto dalla seconda parte della norma, che prevede un ulteriore e distinto onere di comunicazione entro dieci giorni dall'avvio delle trattative stragiudiziali con invito al soggetto ritenuto potenzialmente coinvolto a prendervi parte.

In riferimento a tale ipotesi, occorre innanzitutto chiedersi quale sia il dies a quo dal quale far decorrere il termine dei dieci giorni: l'avvio delle trattative non è, infatti, una nozione idonea ad individuare un termine definito.

Per poterlo identificare, è necessario tener di conto della ratio della norma e del fatto che un'interpretazione estensiva potrebbe avere un impatto assai significativo sulle strutture sanitarie tenute a rispettare il termine di dieci giorni previsto dalla norma per la comunicazione ai soggetti ritenuti potenzialmente coinvolti e di non sempre facile identificazione (si pensi ad esempio ai danni conseguenti ad infezioni o a pazienti con più patologie trattati da soggetti e anche da strutture sanitarie diverse).

In considerazione di tali aspetti si ritiene che l'avvio delle trattative non debba essere individuato nella ricezione della richiesta risarcitoria da parte del danneggiato anche quando tale richiesta (com'è d'uso) contenga l'invito ad una soluzione conciliativa della controversia.

L'avvio delle trattative presuppone, infatti, che vi sia una volontà di entrambe le parti contendenti di addivenire ad una soluzione transattiva e di verificare attraverso le trattative se sia possibile raggiungere tale scopo.

Conseguentemente, spetta all'amministrazione, che ha ricevuto la richiesta risarcitoria, decidere se avviare le trattative ed essa dovrà opportunamente farlo quando, tramite i comitati di gestione del sinistro o gli altri organi a ciò preposti, abbia acquisito una valutazione dei fatti e delle possibili conseguenze sul piano risarcitorio .

Il termine di avvio delle trattative, così inteso, è pertanto un termine che rientra nella disponibilità dell'amministrazione e che l'amministrazione dovrà far decorrere quando è in possesso degli elementi che possano consentire anche l'individuazione degli esercenti la professione sanitaria che risultino potenzialmente coinvolti.

In questo modo sarebbe salvaguardata l'esigenza di rendere i soggetti ritenuti responsabili non più spettatori inerti di decisioni aziendali, ma messi nella condizione di poter esprimere e far valere la loro posizione nell'ambito delle trattative tra le parti.

Al tempo stesso verrebbero scongiurati i rischi che una lettura eccessivamente ampia del termine di inizio delle trattative potrebbe comportare, considerato che l'omissione, la tardività o l'incompletezza delle comunicazioni comporterebbe, come previsto dal medesimo art. 13, l'inammissibilità delle azioni di rivalsa o di responsabilità nei confronti dei soggetti che avrebbero dovuto essere oggetto di tali comunicazioni.

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