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Giornalismo d’inchiesta e danno non patrimoniale


Trib. Monza, sent. 28 aprile 2016

Non sempre il giornalismo d’inchiesta vale a scriminare la lesione della reputazione dei soggetti coinvolti, a vario titolo, nell’inchiesta stessa. Laddove, infatti, vengano superati, da parte del giornalista, i limiti della scriminante, la vittima potrà ben richiedere il risarcimento del danno non patrimoniale subito, il quale potrebbe arrivare a lambire anche somme molto consistenti, come per l’appunto nel caso di specie, dove un noto imprenditore viene accusato di avere legami con la camorra.

 

Sul giornalismo d'inchiesta si è trattenuta la Cassazione (si veda in particolare: Cass.16236/10) per chiarire come, con riferimento a questa particolare forma di giornalismo, la ricerca della fonte e il vaglio della sua attendibilità debbano essere valutate con parametri meno rigorosi. Il riferimento è, ad esempio, all'attendibilità e al controllo delle dichiarazioni provenienti da soggetti coinvolti in procedimento penale.

Ciò non toglie che, anche in seno alle inchieste giornalistiche, gli operatori del settore debbano garantire il rispetto della carta dei doveri del giornalista, la quale, tra i principi regolatori dell'attività giornalistica, impone un dovere di verità e di maggiore accuratezza possibile nella ricerca delle fonti, frutto di un lavoro di ricerca che deve essere serio e diligente.

 

Nel caso di specie, il giornalista aveva rispettato il dovere di verità della notizia data ma, al contempo, nel dare alcune informazioni, ne aveva sottaciute altre, parimenti rilevanti, al fine di far risultare un’informazione finale diversa, parziale, forviante.

Detto modo di fare giornalismo, stigmatizza il Tribunale di Monza, appare certamente contrario ai doveri di correttezza professionale (come constatato anche dalla Cassazione, in particolare nelle sentenze nn.1205/07, 11259/07, 20285/11) determinando il venir meno del requisito della verità della notizia.

Ne deriva, quale conseguenza, la natura antigiuridica della condotta del giornalista e il conseguente obbligo di risarcire il danno non patrimoniale scaturente dalla diffusione della notizia diffamatoria.

 

In punto di risarcimento, ritenuto l’an insito nella stessa natura penale della condotta, la corte reputa che, in relazione ai due articoli diffamatori apparsi uno on-line e uno cartaceo su un settimanale, unitamente a un video pubblicato sul sito on line della testata stessa, in cui l'attore, intervistato dal giornalista convenuto, interrompeva l'intervista, adirandosi per le notazioni del giornalista sui legami con la camorra, minacciandolo e impedendo che se ne andasse fin quando non fossero arrivate le forze dell'ordine, fosse equo liquidare la somma di ben 100.000 euro a titolo di ristoro del danno non patrimoniale per lesione della reputazione.

 

I parametri utilizzati dal Tribunale per quantificare il risarcimento, vengono individuati nella diffusione della notizia, nelle caratteristiche del soggetto destinatario e nella gravità dell’offesa.

Quanto al primo criterio, il giudicante ritiene che la diffusione della notizia fosse notevole (seppur in parte addebitabile al comportamento della vittima successivamente alla pubblicazione degli articoli) dal momento che l’inchiesta era stata ripresa da diverse testate nazionali di primo livello.

Dal punto di vista del soggetto destinatario, il giudice sottolinea come si trattasse di una personalità rinomata in ambito locale, vice-presidente della Confindustria, partecipe in varie aziende e titolare di un’impresa a rilevanza nazionale; cavaliere del lavoro; uomo impegnato anche in attività sportivo/dilettantistiche e titolare di conoscenze sicuramente anche internazionali, dati i suoi vasti rapporti d'affari.

Con riguardo, infine, alla gravità dell'offesa, anch'essa appare rilevante agli occhi della corte, posto che si trattava di attribuire una condotta di cointeressenza con la camorra, una condotta volta al profitto in affari, nonostante la connotazione del partner commerciale. Trattasi dunque di un’accusa che macchia la dignità non solo umana, ma pure professionale, della vittima quale imprenditore, come ulteriormente dimostrato dalla presa di posizione di Confindustria, verso le proprie associate, quanto alla eticità e alla lontananza in affari con organizzazioni criminali.

I tre parametri, così interpretati, restituivano dunque una quantificazione del danno non patrimoniale inusitatamente alta, cui si aggiungeva anche l’ulteriore somma di € 30.000 a titolo di riparazione pecuniaria ex art.12 L. n. 47 del 1948.

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