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Falsa rappresentazione circa la propria qualità di padre biologico


il Tribunale di Firenze riconosce il diritto al risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale ex art. 2043 c.c.

Il Trib. di Firenze, in occasione della sentenza in commento, ha accolto la domanda di risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale ex art. 2043 c.c. a favore del sig. N.R. derivante dalla falsa rappresentazione di costui, ingenerata dalla condotta della sig.ra D.F. – con la quale questi aveva intrattenuto una relazione sentimentale per quattro anni – di essere padre biologico della bambina nata durante la relazione sentimentale tra i due.

Il sig. N.R. aveva, infatti, spontaneamente operato il riconoscimento di paternità della bambina nella convinzione di esserne il padre biologico: la convenuta aveva infatti sottaciuto all’attore di avere intrattenuto nel periodo di concepimento della figlia rapporti sessuali con un’altra persona.

La relazione, non formalizzata nel matrimonio e senza permanente convivenza, si era interrotta pochi mesi dopo l’evento. La stessa sig.ra D.F., dopo la fine della relazione, aveva eseguito un test di verifica della paternità, a seguito del quale il sig. N.R. non risultava essere il padre biologico. Tale evento era stato rivelato al sig. N.R. solo diversi mesi dopo l’interruzione della relazione tra i due.

Il sig. N.R. affermava, dunque, che il comportamento omissivo assunto dalla convenuta avesse determinato un diverso orientamento circa le proprie scelte di vita durante il periodo in cui costui era stato convinto di essere padre della bambina, e che tali scelte erano state foriere di conseguenze pregiudizievoli sul suo patrimonio nonché sulla sua sfera emotiva e relazionale.

La sig.ra D.F. si era difesa evidenziando in primis che il rapporto tra lei e il sig. N.R. era privo di qualsivoglia obbligo di fedeltà, consistendo esso in una mera relazione non formalizzata, e in secundis, che il riconoscimento di paternità era stato un atto liberamente ed autonomamente svolto dall’attore pur in assenza delle presunzioni legali tipiche del rapporto di coniugio ex artt. 231 ss. c.c.

Ad avviso della Corte la condotta omissiva della sig.ra D.F. deve considerarsi in violazione del principio del neminen laedere: pur non riscontrandosi infatti in capo a costei una posizione di garanzia e/o controllo idonea a fondare una responsabilità contrattuale da contatto sociale qualificato, la sig.ra D.F. era in possesso di informazioni (l’intrattenimento di rapporti sessuali con terzi) che ella avrebbe dovuto condividere al fine di impedire l’insorgere dell’erronea convinzione in capo alla parte attrice circa la sua qualità di padre biologico. A tal proposito assumono rilievo i diritti/doveri derivanti dalla nascita di un figlio ed i reciproci rapporti tra i genitori improntati a principi di buona fede, correttezza e tutela dell’affidamento pur al di fuori di un formalizzato rapporto coniugale e, più in generale, non circoscrivibili alla sola materia negoziale.

L’omissione della sig.ra D.F. appare, inoltre, idonea a configurare un danno ingiusto in capo all’attore posto che costui, nella convinzione di essere padre biologico della bambina, ha assunto decisioni fondamentali per la sua vita: si configura conseguentemente una lesione sia della dignità sia del diritto di autodeterminazione del sig. N.R., idonea a legittimare l’azione di responsabilità extracontrattuale conformemente alla principale giurisprudenza di legittimità.[1]

Avendo riguardo all’elemento soggettivo, questo può rilevarsi nell’omissione colposa della sig. D.F. derivante dal non aver impedito che il sig. N.R. si convincesse di essere il padre biologico della figlia, rivelandogli di aver avuto rapporti sessuali con un altro uomo solo mesi dopo la nascita della bambina e l’interruzione del rapporto sentimentale.

La deduzione proposta dalla convenuta, secondo la quale - non essendovi una relazione coniugale tra questa e il sig. N.R. - quest’ultimo avrebbe dovuto accertarsi della paternità prima di procedere al riconoscimento, non può essere accolta per ragioni strettamente processuali: posto che il comportamento di N.R., in assenza delle presunzioni formali tipiche del rapporto di coniugio, costituirebbe un atto autonomo rimesso all’autonomia decisionale del singolo, rileva la Corte che quanto osservato dalla convenuta costituisce un’eccezione in senso stretto, non rilevabile d’ufficio ex art. 167 c.p.c.; sarebbe stata necessaria dunque, per fondare il concorso di colpa in capo all’attore, un’espressa domanda da parte della convenuta.[2]

La Corte ritiene, dunque, di poter liquidare a favore della parte attrice a titolo di danno patrimoniale le spese sostenute per le visite alla bambina nel periodo in cui N.R. era erroneamente convinto di esserne il padre biologico, quantificabili in € 8.849,47.

Devono, altresì liquidarsi a favore della parte attrice € 5.000,00 a titolo di danno non patrimoniale a seguito della lesione della capacità di autodeterminarsi di N.R. in relazione alla paternità della bambina, elemento sul quale egli ha fatto legittimo affidamento, nonché in virtù della sofferenza patita dal danneggiato a seguito della scoperta di non essere il padre biologico della bambina dopo aver instaurato con costei un legame affettivo.

Non si ritiene, invece di dover risarcire le conseguenze (sofferenza morale e danno biologico) causalmente connesse alla relazione sentimentale intrattenuta dalla sig.ra D.F. con terza persona, dalla quale ha avuto origine il concepimento della bambina: il presunto danno biologico e il presunto danno morale non si pongono infatti in rapporto diretto rispetto al fatto posto a fondamento della domanda, ossia il difetto di informazione che ha ingenerato un falso affidamento circa la qualità di padre biologico del sig. N.R.

In ultimo luogo, la Corte rileva come i cambiamenti intervenuti nella vita del sig. N.R. a seguito della nascita della bambina non siano in ogni caso idonei a provare la sussistenza di un danno esistenziale, essendo necessario a tal fine provare uno stravolgimento in pejus della propria condizione relazionale in conseguenza della condotta tenuta dal soggetto danneggiante: dal punto di vista esistenziale, ad avviso del Giudice a quo, l’aver dedicato tempo alla bambina non costituisce un pregiudizio, ma un vantaggio sia per la bambina ma anche per l’attore, che per circa un anno ha ritenuto di esserne padre.

[1] Si vedano Cass. n. 8827 e 8828/2003, Cass. n. 26972/2008 e Cass. n. 15481/2013.

[2] La Corte richiama, a sostegno di tale posizione Cass. n. 3408/1986 e, più recentemente, Cass. n. 5127/2004.

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