Risarcimento del danno psichico da atti di nonnismo e concause giuridicamente rilevanti

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Con la pronuncia in esame (Cass. 26 febbraio 2013 n. 4809), la Corte di Cassazione è chiamata a decidere del ricorso presentato dal Ministero della Difesa contro una sentenza della Corte d'Appello di Messina.

Quest'ultima, in riforma della decisione assunta in primo grado dal Tribunale della medesima città, aveva condannato il Ministero ricorrente a risarcire un giovane per i danni non patrimoniali dallo stesso subiti durante il periodo nel quale aveva svolto il cd. servizio militare di leva.

In particolare, il giovane militare aveva chiesto e -seppure solamente nel secondo grado di giudizio- ottenuto la condanna del Ministero della Difesa oltre che per i danni subiti in conseguenza di una brutta caduta da una scala sdrucciolevole verificatasi in caserma, anche per la patologia psichica (psicosi schizofrenica) in lui insorta in conseguenza di alcuni episodi di “nonnismo” ai quali egli era stato sottoposto in caserma ad opera di superiori e commilitoni.

A rendere particolarmente interessante questa pronuncia, più che le statuizioni della Suprema Corte con riferimento specifico ai motivi del ricorso presentato dal Ministero[1], sono gli obiter dicta.

Due, in particolare, i profili degni di nota.

In primo luogo, quello inerente alla natura della responsabilità ascritta al Ministero della Difesa per i danni subiti dal giovane.

La Suprema Corte aderisce, infatti, incidentalmente all'impostazione accolta dalla Corte d'Appello messinese la quale, nonostante il rapporto intercorrente tra il militare ed il ministero fosse assimilabile al rapporto di pubblico impiego (precedente, a quel che si capisce dalla sentenza, al 30 giugno 1998, come disposto dall’art. 69 comma 7 del D.Lgs. 30 marzo 2001, n. 165), aveva ritenuto sussistente la giurisdizione del Giudice Ordinario in luogo di quella del Giudice Amministrativo, qualificando la domanda dell'attore come volta ad ottenere il risarcimento dei danni al bene costituzionalmente tutelato della salute subiti in conseguenza della violazione del generalissimo principio del neminem laedere di cui all'art. 2043 c.c.

Altrettanto interessante, tuttavia, anche quanto affermato dalla Corte circa la sussistenza di un nesso causale tra la patologia psichica insorta nel soldato e gli episodi di scherno perpetrati in suo danno in caserma.

Di fronte alle eccezioni del Ministero che riteneva che i problemi psichici denunciati dal militare dovessero essere ricondotti alla sua personalità fragile ed insicura e fossero preesistenti all'ingresso dello stesso in caserma per il servizio di leva[2], infatti, la Corte di Cassazione torna sul tema della rilevanza delle concause nell'accertamento della sussistenza del nesso causale.

A suo dire, “la Corte territoriale ha affermato, con congruo e corretto apprezzamento delle risultanze di causa, che, almeno sotto il profilo dell'aggravamento di una patologia di cui purtroppo il giovane era portatore, il comportamento dei dipendenti della PA, che lo avevano visitato ed avuto alle loro dipendenze durante il mese di servizio di leva militare, ha contribuito all'insorgere degli episodi ormai conclamati di disturbo mentale con paranoie e manie di persecuzione”. Per tale ragione, in applicazione del principio giurisprudenziale del «più probabile che non», conclude, quindi, che “la debolezza e la ritenuta "rivedibilità" del soggetto avevano giustificato l'ampliamento degli accertamenti e tale situazione, lungi dall'essere interruttiva del nesso causale, relativo all'aggravamento della patologia, non è neanche in contraddizione con la circostanza che un periodo effettivo di leva di poco superiore ad un mese si sia rivelato sufficiente ad aggravare la patologia stessa ed a determinare la riforma del soggetto”.


[1]    Nessuno dei due motivi del ricorso presentato dal Ministero viene, infatti, accolto. Il primo è dichiarato inammissibile, in quanto teso a denunciare un presunto difetto motivazionale della sentenza della Corte d'Appello di Messina con riferimento ad un giudizio, una valutazione delle risultanze di causa che, in quanto tale, non poteva, tuttavia, essere denunciata in sede di ricorso per cassazione, stante la correttezza logica della motivazione. Il secondo, invece, è rigettato con la motivazione che “nel caso in esame non si rivela neanche prospettabile l'indicata violazione di legge”.

[2]    Tesi confortata dal dato scientifico che descrive la patologia in questione come di difficile anamnesi, in considerazione del suo caratteristico alternare fasi floride a fasi quiescenti della sintomatologia schizofrenica e dimostrata dalla circostanza che la stessa commissione medica avesse ritenuto di dovere esaminare ripetute volte il giovane prima di consentirne la precettazione per il servizio militare.