Il danno non patrimoniale da reato comprende anche "gli aspetti relazionali del vulnus"

Cassazione Civile, sez. III, sentenza 8 gennaio 2013 n.194.

Con una breve ma interessante sentenza la Suprema Corte viene nuovamente chiamata ad esercitare la sua funzione di organo nomofilattico sul tema del risarcimento del danno non patrimoniale (conseguente in questo caso ad una sentenza penale di condanna), confermando che il danno esistenziale non costituisce una voce autonoma del danno non patrimoniale, sebbene gli aspetti "relazionali" della sofferenza debbano essere presi in considerazione ai fini della quantificazione del danno ex art. 2059 c.c.

La questione trae le sue origini da una richiesta di risarcimento danni avanzata da un commerciante nei confronti di un Comune e di un suo funzionario, reo di aver revocato, illegittimamente, la licenza commerciale dell’attore. Il funzionario del Comune (in concorso con un funzionario dell’Azienda USL) fu condannato per il reato di abuso d’ufficio, con conseguente statuizione, estesa al Comune ed alla ASL, di risarcimento danni in favore dell’attore.

Orbene, a seguito di un complesso e tortuoso iter processuale, la Suprema Corte si trova a giudicare, tra gli altri, un quesito di diritto così formulato: <<Nella liquidazione del danno non patrimoniale richiesto sulla base di una sentenza penale di condanna, deve essere riconosciuto, in presenza dei presupposti di fatto, oltre al danno morale, direttamente connesso alla natura dell'illecito, il danno non patrimoniale nella sua globalità e segnatamente quello di natura esistenziale>>.

La terza sezione della Corte di Cassazione, con la sentenza in oggetto, stabilisce al contrario che il danno esistenziale non costituisce una voce di danno autonomamente risarcibile; tant’è vero che il giudice di merito, nella sua complessa e accurata disamina di tutti gli aspetti del danno non patrimoniale, nel pervenire alla sua liquidazione ha valutato <<anche gli aspetti relazionali del vulnus arrecato alla sfera dell'essere, oltre che del sentire, dell'attore [...], esaminando partitamente le ripercussioni che l'evento aveva potuto ingenerare nel rendere più difficili e complessi i modificati modelli relazionali con i suoi interlocutori, ivi compresi i familiari, all'esito delle aspettativa deluse in conseguenza dell'illecita sospensione dell'attività commerciale intrapresa>>. Insomma, la valutazione e liquidazione del danno non patrimoniale conseguente da reato, comprende anche tali aspetti “relazionali” della sofferenza.

La sentenza in commento certifica come il sistema di risarcimento integrale del danno non patrimoniale, delineato con le ormai note sentenze di San Martino del 2008, trovi una convinta applicazione da parte della giurisprudenza di legittimità. Al contrario le mai sopite richieste di risarcimento del danno esistenziale non mirano ad una integralità del risarcimento, ma ad una sua mera duplicazione; per questo non possono che essere rigettate.