DANNO BIOLOGICO: SEGUIRE LE TABELLE MILANESI SALVO CIRCOSTANZE SPECIFICHE NE CONSENTANO L'ABBANDONO

La Sezione VI della Corte di Cassazione, con ordinanza 4 Gennaio 2013 n. 134, si esprime come segue in ordine alla liquidazione del danno biologico: in assenza di criteri legali occorre fare riferimento alle Tabelle di Milano a meno che circostanze specifiche non giustifichino l’abbandono di tale criterio. Per le sentenze di merito nelle quali il giudice abbia liquidato il danno biologico adottando criteri diversi, “ tale difformità può essere fatta valere in sede di legittimità solo a condizione che la questione sia stata posta nel giudizio di merito”.

Nel caso di specie un uomo a seguito di sinistro stradale otteneva dal Tribunale 102.000 euro di risarcimento a titolo di danno biologico, in relazione all’inabilità temporanea e permanente (35%), di danno morale, di danno materiale al veicolo e, infine, di rimborso spese.

In appello si vedeva respinta la richiesta di un maggior risarcimento per “danno biologico dinamico o esistenziale”, del “carattere permanente del danno morale”, del “danno patrimoniale rispetto ad una progettata iniziativa imprenditoriale”.

L’uomo, pertanto, proponeva ricorso per cassazione con tre motivi.

Con il primo motivo denunciava omessa e/o insufficiente motivazione relativamente alla parte della sentenza che confermava la quantificazione del danno effettuata in primo grado deducendo l’omesso esame di prove documentali in atti. Secondo gli ermellini tali censure sono generiche ed indeterminate.

Con il secondo motivo l’uomo lamentava il discostamento della sentenza dai parametri di liquidazione del danno rispetto alle tabelle adottate dal Tribunale di Milano. La Suprema Corte dichiara inammissibile tale motivo alla luce del richiamo alla Cass. 7 giugno 2011 n. 12408, secondo la quale “quando, nella liquidazione del danno biologico, manchino criteri stabiliti dalla legge, il criterio di liquidazione cui i giudici di merito devono attenersi, al fine di garantire l’uniformità di trattamento, è quello predisposto dal Tribunale di Milano, in quanto ampiamente diffuso sul territorio nazionale, salvo circostanze in concreto idonee a giustificarne l’abbandono”. Tale sentenza ha affermato altresì che per le sentenze di merito, come nella specie, depositate prima di tale pronuncia, in cui i criteri adottati sono diversi “tale difformità può essere fatta valere in sede di legittimità solo a condizione che la questione sia stata posta nel giudizio di merito. La mancanza di tale condizione, che i ricorrenti neppure allegano, rende inammissibile il profilo esaminato, proprio per la novità della questione prospettata”.

Con il terzo ed ultimo motivo il ricorrente lamentava violazione dell’art. 91 cpc e difetti di motivazione in riferimento alla parziale compensazione delle spese di primo grado e alla condanna delle spese del secondo grado. La Suprema Corte rilevando che l’art. 92 cpc consente al giudice di compensare parzialmente o per intero le spese di lite tra le parti qualora sussista la reciproca soccombenza, ribadisce che tale nozione è tale da ricomprendere addirittura l’ipotesi in cui la parzialità dell’accoglimento sia meramente quantitativa e dunque riguardi un’unica domanda articolata in un unico capo che venga accolta in misura inferiore a quella richiesta. Nella specie, la parziale soccombenza trova giustificazione, come ribadiva il giudice d’appello, nella diversità notevole di importo tra il risarcimento richiesto e quello riconosciuto in primo grado.