LE «IMPRECISIONI» DELLA CARTELLA CLINICA NON ESCLUDONO IL NESSO FRA COLPA DEI SANITARI E DANNO

La Corte di Appello di Trieste, II sez. civile, con la sentenza n. 54/2013, è tornata ad occuparsi della questione già affrontata in primo grado dal Tribunale di Tolmezzo n. 177/2011, di cui era stata data notizia nel settembre 2011 (http://www.lider-lab.sssup.it/lider/it/odp/in-evidenza/301-nascita-indesiderata-condannata-la-struttura-sanitaria-al-risarcimento-del-danno.html).

In tale sentenza l’Azienda sanitaria locale era stata condannata dal giudice di prime cure a risarcire il danno da nascita indesiderata secondario ad erroneo intervento di sterilizzazione.

Tale sentenza, appellata dall’Azienda USL, è stata riformata negli stretti termini della sola riduzione della decorrenza degli interessi legali sul risarcimento.

Per il resto il decisum veniva confermato dal giudice del gravame, che dunque ha confermato la condanna della struttura sanitaria a rifondere il danno non patrimoniale e patrimoniale patito dagli appellati.

La responsabilità risulterebbe, secondo la Corte, dalla dimostrazione di un nesso causale tra la prestazione sanitaria ed evento dannoso attraverso una relazione probabilistica concreta, secondo il criterio ispirato alla regola della normalità causale, in assenza di una prova liberatoria fornita dall’Azienda relativamente alla verificazione di un evento sopravvenuto imprevisto e non prevedibile.

In conformità ad un orientamento giurisprudenziale consolidato viene ribadito al proposito il valore probatorio della cartella clinica secondo cui, in virtù del principio di vicinanza della prova, le omissioni imputabili al medico nella redazione del memoriale clinico rilevano sia come figura sintomatica di inesatto adempimento, sia come nesso eziologico presunto, posto che l’imperfetta compilazione della cartella clinica non può risolversi in un pregiudizio di chi vanta un diritto in relazione alla prestazione sanitaria.