PERDITA DEL FRUTTO DEL CONCEPIMENTO E QUANTIFICAZIONE DEL RISARCIMENTO

Il caso sottoposto alla Corte nell’ipotesi di specie (Trib. Varese, sez. I civ. del 14 marzo 2012 est. Dott. Buffone) è la richiesta risarcitoria avanzata da due coniugi a seguito del tragico evento della nascita di una bimba, già morta.

Asseriscono essere il fatto causato da omissione in sede diagnostica, e – previo accertamento dell’inadempimento – chiedono la condanna della convenuta.

La domanda è accolta, all’esito di attenta disamina delle risultanze processuali, mediante il ricorso alla teoria della c.d. causalità adeguata.

Con ricostruzione ex ante, il giudice ritiene, infatti, essere la morte del nascituro causata da un ematoma della vena ombelicale; ne riconosce la rilevabilità ad esame radiografico, e considera più probabile che non la derivazione causale dell’evento morte dall’omissione di adeguata indagine ecografica (in grado di consentire, se adeguatamente condotta, l’approntamento di trattamenti terapeutici idonei perlomeno a ritardare l’exitus), giungendo - per tale via – all’accertamento dell’inadempimento, antitetico rispetto all’esito assolutorio del giudizio penale.

Ciò chiarito la sentenza, riconoscendo in obiter dictum la soggettività giuridica del nascituro[1], si segnala anche per le scelte compiute in punto di quantificazione del danno non patrimoniale.

Più precisamente: essa risarcisce il danno non patrimoniale c.d. da perdita del frutto del concepimento individuandolo “nella sofferenza morale dei genitori” e “nella perduta possibilità di programmare ed attuare lo sviluppo della famiglia”; per poi utilizzare ai fini della quantificazione il criterio, di elaborazione dottrinale, dell’equità c.d. calibrata.

Realizza in primis la media aritmetica degli importi risarciti in casi analoghi, per poi provvedere, in base alle circostanze allegate dalle parti - giusto il disposto di Cass. sez. III dell’11 marzo 1998 n. 2677 - alla sua concreta quantificazione con riferimento alle tabelle milanesi per danno da perdita del figlio opportunamente distinguendo all’uopo la posizione del padre da quella della madre.

Il raffronto con casi analoghi e quello intercategoriale[2], tuttavia, - come sottolineato da altra dottrina - sono strumenti utili in sede di liquidazione a patto di valutare attentamente le condizioni di una loro fruttuosa utilizzazione (anche in considerazione dell'arretratezza del sistema italiano sul punto rispetto a quello statunitense) nella consapevolezza che il tema della liquidazione è terreno in cui ricercare l'equilibrio tra funzione deterrente e satisfattiva del risarcimento.



[1] Il punto non è - come noto – controverso anche in dottrina; con riferimento agli orientamenti di Legittimità sul punto, si veda Il risarcimento del danno da errata diagnosi prenatale in capo al soggetto nato non sano, in http://www.lider-lab.sssup.it/lider/it/odp/in-evidenza/400-il-risarcimento-del-danno-da-errata-diagnosi-prenatale-in-capo-al-soggetto-nato-non-sano.html.

[2]Un abbozzo di comparazione intercategoriale è rinvenibile anche in Tribunale di Milano del 15 settembre 2009 in https://www.lider-lab.sssup.it/database/odp/search/s_details/?id=513837.