“Pigiami e Camici”, il danno non patrimoniale da diffamazione a mezzo stampa è in re ipsa

Con la sentenza n. 16543 del 28 settembre 2012, la Suprema Corte, oltre indicare le condizioni necessarie e sufficienti per qualificare il reato di diffamazione a mezzo stampa, ha riaffermato il principio secondo cui «da un lato, la prova del danno può essere data con ricorso al notorio e tramite presunzioni (Cass. Pen., 28 ottobre 2011 n. 6481, Sgarbi) dall’altro che, una volta dimostrata la lesione della reputazione professionale o personale – la quale va valutata in astratto, ossia con riferimento al contenuto della reputazione quale si è formata nella coscienza sociale di un determinato momento storico – il danno è in re ipsa, in quanto è costituito dalla diminuzione o privazione di un valore, benché non patrimoniale, della persona umana (v. sentenze 10 maggio 2001, n. 6507, e 18 settembre 2009, n. 20120)».

La questione prende le mosse da una pubblicazione, datata 2 marzo 2001, di un libro intitolato “Pigiami e camici”. In tale opera l’autore, dirigente di primo livello presso un istituto ospedaliero, aveva inserito un dialogo immaginario, sotto il titolo “Tre medici al bar”, nel quale uno dei tre lamentava, tra le tante cose, che il primario del suo reparto fosse un ex assessore comunale appartenente al partito della Democrazia Cristiana, del tutto ignorante di medicina (si legge: “non sa distinguere un fegato da un rene”), presuntuoso (“come spesso sono i piccoli di statura”) e allo stesso tempo appoggiato da un dirigente (apostrofato “manager del cavolo”) che non era in grado di percepire che il primario fosse ignorante e che non in grado di dirigere un dipartimento.

In pari data alla pubblicazione del volume usciva un intervista sul settimanale L’Espresso, ove l’autore denunziava il malaffare all’interno dell’istituto ospedaliero, sostenendo che la nomina dei primari da parte dei direttori generali fosse basata sulla convenienza e sulla pressione sindacale e partitica (“Sono molto potenti massoneria, Opus Dei, Comunione e Liberazione”).

Successivamente l’autore del primo libro, pubblicava una sua seconda fatica dal titolo “Il Sindaco”, ove in un altro colloquio immaginario tra medici esternava il (suo?) malessere nei confronti dell’ambiente lavorativo (“Ma intanto cosa devo fare io? Vedermi passare davanti tutti i colleghi più deficienti? E magari prendere ordini da loro come pretenderebbe ora di fare il ciellino o quel mezzo nano del pronto soccorso? E’ uno schifo.”).

A seguito di tali avvenimenti, il primario conveniva in giudizio davanti al Tribunale di Genova l’autore del libro esponendo che all’epoca dei fatti rivestiva la qualifica funzionale A2 all’interno dell’ospedale, di essere stato uno degli aspiranti alla qualifica di A1, di essere investito della qualifica di primario del reparto di pronto soccorso e di essere piccolo di statura (cm. 160) (non specifica però se apparteneva alla ex Democrazia Cristiana, nda). A suo dire tali elementi erano sufficienti a consentire una individuazione nella sua persona delle affermazioni riportate, con conseguenza grave lesione del suo onore e reputazione professionale.

La Corte d’Appello, in totale riforma della decisione di primo grado, accoglieva l’appello principale e condannava l’autore delle dichiarazioni al risarcimento del danno esistenziale e morale in favore del primario, nella complessiva misura di euro 60.000,00, rigettava l’appello principale e poneva a carico dell’appellato le spese di entrambi i gradi di giudizio.

I motivi del ricorso offrono alla Corte di Cassazione l’occasione per ribadire la costante giurisprudenza in punto di identificabilità della persona offesa, condizione imprescindibile perché possa configurarsi il reato di diffamazione, e la conseguente responsabilità civile dell’autore.

Sul punto la Corte ribadisce «il principio per cui in tema di risarcimento del danno causato da diffamazione a mezzo stampa, non è necessario che il soggetto passivo sia precisamente e specificamente nominato, ma la sua individuazione deve avvenire, in assenza di un esplicito e nominativo richiamo, attraverso gli elementi della fattispecie concreta, quali la natura e portata dell'offesa, le circostanze narrate, oggettive e soggettive, i riferimenti personali e temporali e simili, i quali devono, unitamente agli altri elementi che la vicenda offre, essere valutati complessivamente, di guisa che possa desumersi, con ragionevole certezza, l'inequivoca individuazione dell'offeso (sentenza 6 agosto 2007, n. 17180, la quale espressamente richiama la sentenza penale 11 marzo 2005, n. 15643, Scalfari)». In altri termini non è necessario che la persona cui l’offesa è diretta venga nominativamente designata, ma è sufficiente che l’individuazione sia possibile «per esclusione, in via induttiva, tra una categoria di persone senza che assuma importanza il fatto che l’identificazione venga in concreto compita da un ristretto numero di persone» (Rif. Cass. pen. 7 maggio 1992, Cass. 20 dicembre 2010 n. 7410).

Peraltro, sempre in tema di individuazione della persona verso cui l’offesa è diretta, la Corte, pur aderendo al principio secondo cui «non è ravvisabile il contenuto diffamatorio in una lettura congiunta di più scritti», ritiene che tale assunto non sia applicabile al caso di specie in quanto l’uscita del libro, unita rilascio dell’intervista al settimanale L’Espresso, ha dato vita ad una «convergenza sinergica» che ha dato vita alla pubblicazione di altri articoli in altre parti d’Italia che facevano riferimento al primario del pronto soccorso.

Quanto all’elemento l’elemento intenzionale (soggettivo) del reato di diffamazione, la Corte accoglie l’impostazione della Corte di Appello genovese, confermando l’indirizzo per il quale per qualificare il delitto in questione non è necessario il dolo specifico ma è sufficiente quello generico. Difatti, la qualificazione del reato di diffamazione in capo all’autore, nonostante nei giorni successivi alla pubblicazione del libro gli organi di stampa abbiano dato notevole risonanza al caso, non costituisce una responsabilità oggettiva per fatto altrui. Al contrario le notizie riportate sui periodici vengono qualificate come utili elementi di valutazione per giungere alla prova piena della sussistenza dell’elemento soggettivo del delitto di diffamazione. Insomma: nel caso in esame il dolo generico di diffamare è insito nelle dichiarazioni espresse nel libro, l’eco degli organi di stampa è una circostanza che va valutata sul piano della causalità giuridica, come conseguente alla pubblicazione del libro, in ossequio al principio causa causae est causa causati.

Nel magmatico contesto attuale, un’altra scossa alla casa del danno non patrimoniale?