Il risarcimento del danno da errata diagnosi prenatale in capo al soggetto nato non sano

Cass. Civ. 16754/2012: Un arret Perruche all'italiana?

Con la pronuncia in evidenza la Corte di Cassazione segna un clamoroso revirement rispetto agli orientamenti ormai consolidati presso la giurisprudenza di legittimità e di merito con riferimento alla tematica del risarcimento del danno che si assuma subito dal soggetto nato con disabilità, in esito ad una omessa o tardiva diagnosi prenatale del suo handicap.

Infatti, dopo un lungo excursus dedicato all’analisi dei propri precedenti più significativi sul tema ed al confronto con la dottrina, la sentenza n. 16574/2012, per la prima volta, afferma il diritto della bambina nata down ad ottenere il risarcimento del danno patito per ed in conseguenza dell’omessa diagnosi della sua patologia genetica.

Il fondamento del ragionamento posto in essere dalla Suprema Corte e che legittima il riconoscimento del risarcimento in parola non è la violazione di quello che autorevole dottrina e giurisprudenza dialogando sul tema avevano definito come “il diritto a non nascere se non sano”.

Non è a discorrersi di non meritevolezza di una vita handicappata” si legge, infatti, nel provvedimento “ma di una vita che merita di essere vissuta meno disagevolmente, attribuendo direttamente al soggetto che di tale condizione di disagio è personalmente portatore il dovuto importo risarcitorio, senza mediazioni di terzi, quand’anche fossero i genitori, ipoteticamente liberi di utilizzare il risarcimento a loro riconosciuto ai più disparati fini”.

Il vulnus meritevole di risarcimento, in altre parole, non è la malformazione in sé o l’infermità intesa in senso naturalistico, bensì la condizione di vita che deriva dall’omissione diagnostica del medico e che, secondo la Corte, non potrà mai estrinsecarsi liberamente secondo gli auspici della Costituzione[1].

Proprio in questo senso, secondo la Corte di Cassazione, deve intendersi il risarcimento, ovvero come quel quid che va ad alleviare quella condizione di vita che è e sarà solo del soggetto disabile.

Il diritto a tale risarcimento non viene affermato attraverso il riconoscimento di alcuna soggettività giuridica per la dimensione prenatale. La pronuncia definisce, infatti, il concepito come “oggetto di speciale tutela da parte dell’ordinamento”.

La Corte sembra superare le obiezioni fondate sul tema del nesso causale che venivano in precedenza elaborate da parte della dottrina e dalla giurisprudenza per contrastare le teorie di quanti sostenevano l’ammissibilità del risarcimento del danno da malformazione congenita in conseguenza dell’errata diagnosi prenatale, riconducendo il diritto del soggetto handicappato alla categoria della propagazione intersoggettiva dell’effetto dell’illecito.

Per la stessa via la Corte giunge, peraltro, per la prima volta, ad ammettere il diritto al risarcimento del danno da errata diagnosi prenatale anche in favore dei fratelli e delle sorelle del soggetto disabile. Costoro -si legge in sentenza- conosceranno, infatti, una minore disponibilità dei genitori nei loro confronti e potranno godere di un rapporto parentale meno sereno e meno disteso dettato dallo stato d’animo con il quale padre e madre dovranno coesistere che, considerata la disabilità del figlio, è “di per sé una condizione esistenziale di potenziale sofferenza”.

Da tale impostazione consegue che conditio sine qua non del riconoscimento di tali risarcimenti sia, in ogni caso, la sussistenza, nel caso di specie, di tutti gli elementi costitutivi dell’illecito.

In questo senso si apprezza anche un altro elemento di novità introdotto della pronuncia in commento rispetto agli orientamenti giurisprudenziali precedenti.

La Corte di Cassazione destituisce l’argomento presente in larga parte delle sentenze su questo tema e per il quale la scelta abortiva, in presenza di malformazioni del feto, costituirebbe l’id quod plerumque accidit al rango di mera presunzione semplice. Essa specifica, infatti, che in ipotesi di contestazione (anche implicita) da parte del convenuto, spetterà alla madre attrice, per il principio di vicinanza della prova, provare che, se avesse conosciuto l’esistenza di malformazioni nel feto, la sua volontà si sarebbe orientata verso l’interruzione della gravidanza.



[1]              Il riferimento della pronuncia è ai diritti ed alle libertà di cui agli artt. 2, 3, 29, 30 e 32 della Carta Costituzionale.